Press, Reviews, Interviews and Curiosities

                               O.A.K. “Viandanze”

Intervista a Jerry Cutillo

a cura di Athos Enrile (Mat2020)

Credo di poter aggiungere ben poco alla lunga presentazione dettagliata che Jerry Cutillo fornisce, nell’intervista che segue, relativa al nuovo album degli OAK, Viandanze. E’ abbastanza complicato, per me, utilizzare parametri descrittivi oggettivi, giacchè la musica dei romani OAK è di quelle che più mi sono abituali, che più si avvicinano al mio gusto personale, che difficilmente mi deludono, perché esisterà sempre quel sottofondo “atmosferico” che, aldilà di tutte le distinzioni, dei sezionamenti e dell’evidenziazione dei dettagli fornite da Cutillo, condurrà verso musiche che mi toccano nel profondo, senza che io abbia la pretesa di capirne ogni risvolto. Ciò che Jerry racconta ha grande spessore, per i contenuti proposti, per la ricerca musicale di una vita, per la sperimentazione che afferra la tradizione – meglio dire “le tradizioni” – e la tinge di rock, e per la cultura profonda messa in campo; tutto questo impedisce  agli OAK – e credo sia un bene – di essere catalogati in un preciso registro delle competenze, tra prog, folk ed etnica. Ed è proprio così che percepisco il nuovo disco… l’album della maturità artistica, dove si raccolgono i frutti delle esperienze di una vita, sentiero fatto di gavetta, di collaborazioni stratosferiche, di partecipazioni ad eventi storici, e tutto ciò che potrebbe essere preso come paradigma musicale diventa per me mero fatto di pancia e stimolatore di memoria, perché quando la chitarra acustica si miscela al colore vocale, e il flauto si fa leader e comprimario allo stesso tempo, sento l’ansia positiva salire, e la tristezza è compensata dalla possibilità di viaggiare nel tempo, a ritroso, tornando al remoto. Viandanze non mi appare come nuovissimo, o meglio, credo di averlo già vissuto, percorso, attraversato, annusato, e vorrei che il lavoro degli OAK fosse conosciuto da tutti; un gruppo che è riuscito nel tempo a scrollarsi di dosso l’appellativo di “tribute band” senza mai rinnegare il passato e gli amori formativi connessi, così come è accaduto al leader, Jerry Cutillo, che è riuscito a metabolizzare il suo importante trascorso pop, quello che gli ha dato notorietà e visibilità, quella storia relegata ad esperienza da non enfatizzare – e sono certo che molti ci avrebbero campato sopra! Mi fermo qui, con la speranza che le parole di Jerry e i filmati che propongo nell’articolo possano spingere all’approfondimento di un mondo musicale che io giudico davvero unico.

Buona lettura!

L’INTERVISTA

Siamo giunti ad un nuovo capitolo della tua storia musicale sul versante OAK: mi parli del nuovo album? Il titolo? I contenuti musicali?

Le canzoni del nuovo album, “Viandanze”, si sono intrecciate alle narrazioni del mio libro, di prossima uscita, “Come una volpe tesa a rubare nel cortile delle voci”, dove racconto alcune vicende della mia storia musicale. Il progetto iniziale prevedeva un volume scritto, con foto, videolinks e cd allegato. Poi l’elaborato musicale ha finito per prendere il sopravvento ed è arrivato a conclusione prima del resto. In alcuni dei passaggi narrati si rivelano le dinamiche, i protagonisti, i tempi e le modalità di quest’ultima fatica discografica:

“… Comincia tutto, come spesso accade, dall’ ombra indefinita di un seme; un germoglio deforme che si affaccia seducente ed accende la fantasia. Un richiamo maliardo, proveniente dallo scaffale del “poi si vedrà”, che ci esorta a portare a termine un patrimonio rimasto a lungo in stato embrionale. Una febbre improvvisa accende una nuova avventura dei sensi. Ad occhi fissi cominciamo a marciare su sentieri acquitrinosi dove la creatività si mescola a programmi, imprevisti, affanni ed indolenze. Mi avvolge nelle nebbie del passato il cortile delle voci, che mostra immagini scolpite dal tempo, riflettendone incubi e fascinazioni. Le lontananze si coagulano in un patchwork di sonorità e visioni alchemiche che trovano nuovo spazio nelle pagine word e nei file wave. E così la storia di VIANDANZE ha inizio. Le prime geometrie si stratificano in forme armonico/melodiche pennellate da nuovi testi e la scommessa di realizzare qualcosa procedendo di giorno in giorno, di nota in nota, senza un’ingente risorsa economica, stuzzica l’ingegno. Solo poche centinaia di euro (che includeranno stampa, copertina e SIAE) per provare ad estendere il micrOAKosmo. Nessuna mostruosità tecnologica o musicisti di richiamo che, anche se provati dall’ alcool o in piena decadenza professionale, darebbero comunque una apparente rilevanza al risultato finale. Dopo un mio iniziale lavoro di pre-produzione, il primo mattone del nuovo album viene posto dai colpi di batteria di Charles Yossarian. Il suo drumming ha, in passato, accompagnato i live degli OAK ed è lui il primo a destreggiarsi con i nuovi suggerimenti ritmici; accenti e tempi dispari scritti, che prefigurano la colonna vertebrale dei primi brani. Il box dove si dispiegano imperiosi i suoi tom, circondati da un ampio ventaglio di piatti, è angusto e le riprese di registrazione verranno effettuate con un sistema non certo allo “state of the art”;  ma la scorza degli OAK  è dura e si decolla verso il secondo step della lavorazione. Louis Ortega è l’elemento  inserito nel nucleo degli OAK nel gennaio 2015 il quale, senza sottrarre tempo agli dèi delle arti e del pensiero, scatena le sue linee di basso e i suoi delicati  arpeggi a doppie corde sui tappeti armonici. “Ma dove diavolo eri?, ”E’ la domanda che rivolgo subito a lui… e forse anche un pò a me stesso. Perchè  certi incontri avvengono con notevole ritardo? O forse è pura fortuna essersi trovati, quando sarebbe bastata una deviazione per mutare il corso degli eventi?         Forse lassù qualcuno si diverte a farci ridere e soffrire quando nel  cielo notturno una nuova stella s’infiamma solcando lo spazio per scomparire subito dopo. Francesco De Renzi, the piano player, è pronto anche lui per una nuova immersione sonora. Ci ritroviamo presto alle prese con la lucida follia di “Prog & Poetry”, un precedente progetto unplugged che ora, in trio, ridipinge le liriche di alcuni dei classici prog saturandone i contorni armonici. Ed ecco un nuovo strato concentrico, nell’asse della quercia, che emerge dai vapori del nostro time generator. L’energia dell’ultra collaudata combinazione Jerry & Francesco, talvolta troppo densa per nuove adesioni, apre i suoi anelli sonori al nuovo innesto e si dipana in un paio di uscite live per rituffarsi subito dopo nei labirinti armonici di “Viandanze” insieme al resto del gruppo. Il lavoro elettrico di chitarra dell’album è invece materia del principe cremisi Al Bruno e me.  Al è un caro amico che il tempo ha riavvicinato ai miei progetti ed è con estremo stupore che apprendo notizia delle sue lunghe frequentazioni ai workshops di Robert Fripp. Membro storico della “League of crafty guitarists”, Al ha finito per guadagnarsi le grazie del re cremisi e la vicinanza con il mostro (Fripp) a tre teste (tenacia, umiltà, disciplina) ha reso il sound di Al intrigante. Per gli OAK e per un album come “Viandanze” non può esserci cosa migliore. Le registrazioni continuano nel mio rudimentale home studio con arrangiamenti delineati sempre più distintamente. Ma sarà più tardi il produttore Marco Viale (Bakmaind) a correre in mio aiuto e ad aprire le porte del suo SoundStorm studio in Svizzera avviando il progetto a degna conclusione. Si cominciano a pianificare anche riprese video, relative ad un paio di brani, da girare in alta quota. Il batterista Mauro Gregori era entrato a far parte degli OAK nel ’94, a pochi mesi dalla formazione del gruppo e l’Andersoniana “Sossity” e la mia “Sandali rossi” ne avevano orientato la sensibilità  verso nuove forme musicali. In seguito all’esperienza con il gruppo etnico dei Nidi D’arac poi, il suo approccio alla musica si è stabilizzato sui parametri dell’alta professionalità. I suoi groove impeccabili non possono certo mancare per completare le tracce dell’album, destinate ai due videoclip promozionali.”

Chi  ha realizzato l’artwork?

La front cover è uno scatto prodotto dal produttore Marco Viale in una delle nostre passeggiate montane. Raffigura mia figlia Isabel attratta da un esemplare di “Amanita Muscaria” (fungo allucinogeno) rinvenuto in un sentiero delle alpi svizzere. Il termine “Viandanze” può riferirsi infatti, sia ad una danza lungo le strade del mondo, sia ad una esplorazione attraverso i labirinti della mente, stimolata da sostanze psicotrope. Queste pratiche sono molto diffuse tra sciamani e pionieri dell’arte. Io invece appartengo alla categoria dei semplici viandanti, in quanto amo camminare a lungo e in spazi aperti perché ciò favorisce la mia meditazione semicosciente. Il vagabondare dei piedi stimola la mia armonia intellettuale e molto spesso faccio scorta di idee nei miei viaggi nella terra del pensiero. Così “Viandanze” mi è sembrato il giusto termine per sottolineare l’idea di attraversare la natura delle cose e giungere alla finalità dello stesso essere artista.

Oramai ci hai abituato ad ospiti importanti, alcuni provenienti da mondi poco conosciuti dalle nostre parti: chi fa parte del tuo nuovo lavoro discografico?

Di recente abbiamo realizzato uno spettacolo insieme alla cantante siberiana Choduraa Tumat che, insieme a Sainkho Namtchylak, altra nostra collaboratrice, viene considerata la regina dei vari stili di throat e overtone singing. La contaminazione della mia musica con elementi esotici ha avuto come risultato l’estensione delle mie possibilità compositive ed un profondo arricchimento degli arrangiamenti. Purtroppo però questa volta non c’è stato modo di suggellare l’esperienza con registrazioni in studio. Ad ogni modo, a proposito di collaborazioni, vorrei precisare che la presenza di ospiti illustri  non sempre determina risultati apprezzabili. E’ stimolante confrontarsi con artisti provenienti da realtà diverse da quella italiana, scoprirne profili e caratteristiche, ma non è il caso di farsi condizionare dal nome sul passaporto o dalla loro provenienza da città sante della musica. Scrolliamoci di dosso questa sudditanza psicologica, retaggio post bellico, e prendiamo coscienza delle nostre capacità. Mi rivolgo agli artisti miei conterranei che non hanno nulla da invidiare ai musicisti stranieri di più o meno successo. Emanciparsi artisticamente significa cominciare a credere in quello che facciamo e capire i reali motivi del gap di risultati che ci penalizza a livello internazionale. Nelle prime righe di questa intervista, sottolineavo le potenzialità dei miei compagni di gruppo e se anche in questo lavoro compaiono, o per meglio dire, ricompaiono nomi come quello di David Jackson o di Jonathan Noyce è semplicemente perché il loro impegno si è rivelato autentico e risolutivo ed entrambi si sono posti in maniera molto umile e rispettosa rispetto al mio lavoro mostrandovi grande interesse. Nel 2010 avevo effettuato parte delle registrazioni del precedente cd “Shaman feet” a Banbury, in Inghilterra, non senza i consueti problemi tecnici. Tuttavia, tra le note positive emerse da quelle giornate, ci sono sicuramente i contributi di David e Jonathan su “Baba Gaia” e “My old man”. In occasione poi di una nostra esecuzione dal vivo di quest’ultima insieme a Jenny Sorrenti ci fu, sul finale del brano, un’improvvisazione vocale in dialetto da parte della cantante napoletana che si rivelò molto efficace. In maniera molto spontanea Jenny aveva introdotto un nuovo elemento che aderiva perfettamente alla dedica a mio padre, anch’egli campano. Decidemmo quindi di aggiungere la linea vocale in studio ed anche la nuova parte di piano ormai assorbita alla perfezione dal subentrato pianista Francesco De Renzi. Il risultato di questi aggiornamenti, insieme alle sezioni già esistenti eseguite dal chitarrista Iacopo Ruggeri, dal batterista Michele Vurchio e dal sottoscritto, si sono rivelate molto convincenti ed il brano è stato ripresentato  su quest’ ultimo cd “Viandanze”.  

A chi ti affiderai per la distribuzione?

Spero a qualcuno che porrà il lato artistico dell’operazione in primo piano. Per il momento ci godiamo le critiche, tutte molto positive ed incoraggianti. Tuttavia gradiremmo suggerimenti ed attenzioni per continuare il nostro lavoro in maniera sempre migliore.

Prima di ascoltarlo ho da un’occhiata ai titoli e mi ha colpito immediatamente “Giubileo”, che immagino abbia un significato ben preciso in questo particolare momento, nella tua città: me ne parli?

Non vorrei sembrare profeta di sventura, ma “Giubileo” risale ad una progressione armonico/melodica, con relativo contorno apocalittico, composta da me parecchi anni fa. La sensazione di inquietudine presente nell’idea sonora era già manifesta ma non aveva ancora raggiunto la piena maturità. Nel tempo a seguire, una percezione inconscia cominciò a prendere forma, forse indotta dal vociare dei pellegrini che affollarono le strade romane in occasione del Giubileo nell’ anno 2000. La loro esaltazione mi turbò e ne rimasi fortemente intimidito. Cominciai a fantasticare su scenari molto cupi. Infine, e questa è storia recente, il brano si è colorato di elementi cinematografici ponendo in rilievo l’acuta rivalità tra due correnti religiose. Contrapposte l’una all’altra, inneggianti al martirio e allo sterminio, queste due forze si avvicendano in una inarrestabile escalation di fanatismo che ho tradotto musicalmente in macchie sonore che tracciano il confine tra il bene e il male. “it’s the suicide of the end”, “è il suicidio della fine”: Un messaggio evanescente che nella somma di due negazioni genera in realtà un risultato positivo: una vibrazione di speranza che io auspico per una nuova rinascita della storia umana. Le riprese sono state girate a San Pietro e anche nei pressi dell’ambasciata francese a Piazza Farnese… senza alcuna autorizzazione… appena pochi giorni prima degli attentati di Parigi!

Su Jerry Cutillo youtube channel si può ascoltare/vedere il videoclip di “Giubileo”.

Ho trovato momenti acustici che mi hanno riportato ai nostri Jethro Tull, nel senso delle atmosfere proposte: come è cambiato nel tempo il tuo rapporto con quella musica, che è poi quella che mi ha permesso di conoscerti, un po’ di anni fa?

Obiettivamente nelle mie canzoni si avverte un riflesso stilistico ereditato dal mio maestro Ian Anderson. Posso tuttavia aggiungere di aver trovato nel tempo un mio percorso personale tuttora vivo e pulsante. Se ti riferisci invece al tributo ai Jethro presentato spesso dagli OAK… beh, l’emozione di rivivere antiche leggende è sempre una valida terapia anti-invecchiamento. Chissà, forse al termine degli impegni promozionali per “Viandanze” proverò a divertirmi nel proporre ai miei amici Tullofili uno spettacolo che contrapporrà le mie canzoni a quelle del “divino” Ian Anderson, svelandone richiami, tracce, parallelismi e citazioni in una sorta di irriverente “Ian Anderson  VS  Jerry Cutillo”. Sempre sul Jerry Cutillo youtube channel è possibile trovare il videoclip di “Holy bells”.

Quanto “est” troviamo in questo tuo album?

A differenza del precedente “Shaman feet”, nel quale l’elemento etnico siberiano occupava un’ampia fetta dello spazio del cd, quest’ultimo “Viandanze” è molto più radicato in scenari ritmico/armonici prog. Inoltre c’è una profonda riflessione sulle mie origini sannite, decantate nel brano “Magica noce”. Consiglio anche la visione del videoclip relativo alla canzone che ne svela i significati reconditi. L’unico vero richiamo alle regioni dell’estremo est lo troviamo quindi nella suite “Snegurochka”. Come nella precedente “Baba Gaia”, brano presentato da noi alla Prog Exhibition e che compare nei due volumi della compilation, anche qui il folklore russo entra in scena con una delle sue fiabe più significative. Questa lunga suite è densa di vapori risonanti, progressioni armoniche e suggestioni ritmiche; consiglio agli ascoltatori di immergersi nel fiume di parole che accompagnano lo svolgimento sonoro. In maniera molto sottile viene tracciato un parallelismo tra la ragazza di ghiaccio protagonista della favola russa e il triste fenomeno della prostituzione.

Come lo pubblicizzerai? Hai pianificato qualche data?

Il 4 novembre abbiamo debuttato con il nuovo spettacolo al teatro del lido e il 27 novembre saremo alla Locanda Atlantide. Poi al Casale rock, nuovamente al teatro IF e poi in primavera qualcosa di grosso proprio dalle tue parti. Speriamo ad ogni modo che qualcuno/qualcosa apra le porte/frontiere per permettere ai gruppi italiani di musica originale di esprimersi anche a livello internazionale. 

Come giudichi il tuo attuale, personale, momento musicale?

Sono soddisfatto per la forza e l’impegno che riesco ad imprimere ai miei progetti. Le mie iniziative ottengono sempre maggiori consensi e gli OAK continuano a legittimarsi come una band aperta a cambiamenti e sperimentazioni. I nostri punti di riferimento sono gli standard europei e siamo pronti a cooperare con altre realtà per la creazione di una scena musicale migliore. Pensiamo che l’isolamento sia deleterio per l’elaborazione di nuove idee musicali e crediamo nell’unione degli sforzi creativi per poter venir fuori dalle sabbie mobili di questo pantano in cui versa il mondo dell’arte. E’ da molto che non avvengono adeguati   investimenti per il settore musicale, sia da parte privata che pubblica. Anche sul versante spettacolo, dopo gli ultimi fatti di cronaca, si è verificata una flessione delle presenze nei live club. La nostra, rassomiglia sempre più ad una lotta contro i mulini a vento. Un duello impari, un crudele confronto tra  la sensibilità artistica e l’appiattimento mortale che lascia sul campo tanti ex spiriti liberi oramai rassegnati e omologati al “così sempre sarà”. L’antidoto comunque, rimane sempre la dedizione al proprio lavoro, la ricerca che sviscera le componenti più intrinseche e misteriose di noi stessi, che ci permette di conoscere i nostrilati più oscuri, di dargli forma e presentarlicome oggetto unico, distillato di notti insonni, superstite di crisi e ripensamenti, brillante di intuizioni musicali.

Ci spieghi meglio il tuo rapporto con l’esoterismo e come stimola la tua fantasia artistica?

E’ una storia lunga. Hai sicuramente sentito parlare delle streghe di Benevento.  Entrambi i miei genitori provengono da quel territorio e precisamente dallo stesso paese, Solopaca, dove anch’io sono nato. Quella  zona,  a partire dal XIII secolo, fu teatro di parecchie leggende esoteriche. Era a quel tempo capitale di un ducato Longobardo e sotto un albero di noce, nei pressi del fiume Sabato, si celebravano riti in onore del Dio Wotan. Ogni sabato le streghe di Benevento, le Janare, nelle notti di plenilunio si davano appuntamento sotto i rami. Poi arrivarono le persecuzioni, prima con San Bernardino, e poi con il “Malleus Maleficarum”, il “Martello delle streghe”, nel 1486, che spiegava come riconoscere le streghe, come processarle, come interrogarle per estorcerne le confessioni. E nei processi ricorreva spesso il nome della città di Benevento e le danze sotto l’albero di noce. Fu una cruenta repressione che causò migliaia di vittime. Non sono un amante della stregoneria e i racconti delle vecchine del mio paese mi causavano i brividi quando soggiornavo dai miei parenti durante le vacanze estive. Credo però di esser stato sensibilizzato dagli scenari di quelle storie in tenera età e quella suspense ricorre spesso nella mia musica. Di recente mi sono addentrato lungo i tratturi del Sannio, le lunghe vie migratorie e di transumanza sperimentate dai Sanniti in base ai loro istinti o ai movimenti delle stelle, ai corsi dei fiumi o ai colori dell’orizzonte ed ho provato a tradurne le emozioni.  Il testo di “Magica noce” ne è rimasto intriso di tanti elementi suggestivi. All’interno del brano vorrei segnalarvi anche la prestazione degli alunni della scuola elementare di Faido in Svizzera che hanno collaborato con le loro voci al coro sull’inciso.

Il cd degli OAK “Viandanze” è scaricabile sui digital store: iTunes e CD Baby
Pubblicato da MusicArTeam

 

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Gli Oak di Jerry Cutillo: Alchimia vera di Rock&Prog

recensione di Maurizio Baiata

6 aprile 2016

L’aver chiuso le frontiere della passione e dell’invenzione in nome della ragione, in questi ultimi anni nella pop music ha assunto proporzioni parossistiche. La ragione ha imposto le definizioni, le classificazioni, categorie e sottocategorie e, per chi abbia superato i cinquanta, entrare in un negozio di dischi oggi e orientarsi grazie a quelle etichette che fanno da marker, da indicatori di direzione, a tratti appare utile, a tratti ci fa assalire dalla sensazione frustrante di esserci svegliati nel secolo sbagliato. Poi invece, ti capita un cd come “Viandanze” e le cose tornano al posto giusto. Sì, non hai bisogno di ansiolitici per districarti, qui ci sono solo menestrelli e cantori, ma elettrificati e battaglieri, e saltimbanchi e pifferai, ma ben accordati, che fanno tutti lo stesso gioco, suonano e cantano per la gioia del nostro spirito. Non da poco, per l’epoca in cui viviamo. “Oak” la quercia, simbolo delle radici che affondano in un terreno per restarci e crescere, incarna un gruppo che appartiene a un modo di fare comunicazione acustica e visuale, non Rock come linguaggio, ma come simboli che evocano immagini ed emozioni senza tempo. Simboli che troviamo subito nell’incedere chiaro e pulsante di “Magica Noce”, brano di apertura caratterizzato dal flauto di Jerry Cutillo e dalle voci bianche degli alunni della scuola elementare di Faido, un paese della Svizzera Italiana dove sono stati realizzati i mixaggi, negli studi Sound Avenue di Bellinzona. Come a dire che una tradizione risalente al tempo di danze gioiose che la macabra inquisizione volle trasformare in roghi e tragedie, in realtà era il girotondo e il salterello per trovare il contatto con l’essenza della natura, fra il femminile e il maschile, nel compimento di un’opera alchemica tesa al centro dell’essere, il super essere androgino. Se molto di questo album rapisce l’animo attraverso i testi che denotano uno studio profondo delle tradizioni, del rapporto di ciascuno di noi con le sue origini, il formato compositivo – in quelle manciate di tempo che racchiudono una storia musicata e cantata – lo guida mirabilmente. La commistione fra narrazione e suono si trova estesa come le pagine di un libro di fantasy, o meglio di realismo fantastico. Un profondo suono di mantra tibetano introduce al pianismo leggero di “Snegurochka”, il secondo brano il cui sviluppo avviene a onde impetuose che si alternano a distensioni fiabesche attraverso diversi “movimenti”, a mo’ di mini-suite classica del primo new sound britannico degli anni ’70. Vi appaiono flussi di tastiere che mimano il Mellotron sulle rive dei romantici Renaissance ed echi violenti dei Family di Roger Chapman. Nulla di maldestro e posticcio, in certe risonanze al passato che affiorano anche in “Holy Bells”, ma tutto viaggia su “partiture” autogene e originali. L’album non fa sfoggio di luci riflesse. Jerry Cutillo, il leader naturale degli Oak, ha una teoria: una formazione Rock & Prog deve essere aperta, policroma e cangiante, gli strumentisti possono essersi formati a scuole diverse, attraverso attenti ascolti e sane letture, ma solo la passione deve muoverli e il principio del liberare la mente dalle sovrastrutture. Lo si comprende sempre più nella progressione dell’album, che con “Kepler 452b” giunge a un crocevia. Del tempo. Si va a ritroso e a balzi in avanti, si dialoga con la scuola di Canterbury e le filastrocche alla corte dei Borboni, sino a Borgo Pio e i vialoni sul Lungotevere. Non a caso, il “mistero” del tempo che ci è concesso in questa vita terrena e che appare solo una convenzione per scandire metricamente quello che possiamo e non possiamo fare, si rispecchia letteralmente nel testo di “Giubileo”: “Is the Suicide of the End” ripete il canto corrosivo sino al midollo, oggi che la porta dei cieli si vuol far passare ancora per le maestose arcate di Piazza San Pietro. Se nel brano ci sono richiami alle origini del Folk inglese, come ai Gentle Giant, Cutillo lo fa con il cuore in mano, come dono sincero ai giganti gentili, non ammicca e non spaccia nulla, lo dice chiaro che la Musica è un cerchio magico, la cui unica regola aurea è diventare noi stessi il “pittogramma” della nostra vita. Avete presenti i cerchi nel grano? Beh, si formano non si sa bene come su quelle verdi campagne inglesi, per esprimere sogni ancestrali per breve tempo, a volte lo spazio di una notte o poco più, ma restano impressi nel cuore della memoria, come la figura di un padre amato. E questo vediamo e sentiamo nel brano conclusivo, bellissimo, “My Old Man”, con al basso Jonathan Noyce (Jethro Tull e Gary Green) il cantato in Inglese di Jerry Cutillo, il fantastico Napoletano di Jenny Sorrenti, il lancinante assolo di sax di David Jackson e l’ultimo accordo in pianissimo che si affievolisce nel silenzio. Nell’organico di “Viandanze”, oltre a Cutillo (voce, flauto, chitarre e tastiere), ci sono: Al Bruno (chitarra), Francesco De Renzi (tastiere), Mauro Gregori (batteria), Luis Ortega (basso), Charles Yossarian (batteria), Marco Viale (sintetizzatore), Michele Vurchio (batteria) e Iacopo Ruggeri (chitarra).

Maurizio Baiata, 6 Aprile 2016

Per info e per acquistare il cd di “Viandanze”: www.oaksound.com

Oppure scrivere a: jerryoakull@virgilio.it

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                                         OAK  Viandanze (2015)

Ci sono band che hanno la fortuna, o sfortuna, di essere associate al loro “amore musicale”, riverito per anni sottoforma di tribute band. Esempio lampante sono i The Watch, band nostrana con all’attivo diversi interessanti album e conosciuta in Europa soprattutto grazie agli spettacoli dedicati ai Genesis. Un discorso simile ha interessato, per anni, anche gli OAK con il loro alter ego Jethro Tull. Lo scambio OAK-Jethro Tull, negli anni, non è stato affatto a “senso unico” ma ha portato anche una serie di incroci “fruttuosi” tra la band di Jerry Cutillo e i membri della leggendaria band inglese, sia nei live sia in studio (in “Shaman feet”, ad esempio, compaiono Glenn Cornick, Maartin Allcock e Jonathan Noyce). Non solo, gli OAK sono stati abili, in questi vent’anni, nell’arricchire il proprio sound carpendo e personalizzando gli insegnamenti dai maestri d’oltremanica. Sia chiaro, però, nella musica degli OAK non affiorano solo richiami ai Jethro Tull, tutt’altro. Fatta questa dovuta premessa, ecco che la storia degli OAK non si ferma, anzi, prosegue con Viandanze, lavoro che segue di quattro anni “Shaman feet” (2011).

Viandanze nasce nella mente di Jerry Cutillo, fondatore e leader degli OAK, come allegato sonoro al suo libro “Come una volpe tesa a rubare nel cortile delle voci”, opera, arricchita anche da foto e videolinks, in cui narra alcune vicende della sua storia musicale. Il progetto iniziale è stato poi “sovvertito” dalla parte sonora, completata in anticipo rispetto al libro e, quindi, pubblicata. Dopo una fase di pre-produzione curata dallo stesso Cutillo (voce, flauto, chitarre, samples, tastiere, sax), il compito di rendere più “tangibile” la sua idea è stato affidato a Charles Yossarian (batteria), Luis Ortega (basso), Francesco De Renzi (tastiere) e Al Bruno (chitarra). Accanto a loro troviamo anche Mauro Gregori (batteria in Magicanoce e Holy Bells), Marco Viale (sintetizzatore in Kepler 452b), gli alunni della scuola elementare di Faido in Svizzera (in Magica noce) e, nel brano finale My old man, David Jackson (sax, tin whistle), Jonathan Noyce (basso), Jenny Sorrenti (voce), Michele Vurchio (batteria) e Iacopo Ruggeri (chitarra). Ed è musica immaginifica quella creata degli OAK, suoni e testi dipingono scenari naturali e folkloristici, ci proiettano in viaggi intimi e “visionari” attraverso un folk-rock progressivo ricco di sfumature che va anche oltre se stesso. Lo stesso titolo dell’album, come affermato da Cutillo nell’intervista rilasciata ad Athos Enrile, può riferirsi, infatti, sia ad una danza lungo le strade del mondo, sia ad una esplorazione attraverso i labirinti della mente, stimolata da sostanze psicotrope […]. Io invece appartengo alla categoria dei semplici viandanti, in quanto amo camminare a lungo e in spazi aperti perché ciò favorisce la mia meditazione semicosciente. Il vagabondare dei piedi stimola la mia armonia intellettuale e molto spesso faccio scorta di idee nei miei viaggi nella terra del pensiero. Così “Viandanze” mi è sembrato il giusto termine per sottolineare l’idea di attraversare la natura delle cose e giungere alla finalità dello stesso essere artista. Con il brano d’apertura Magica noce Cutillo “torna” alle sue origini, quelle sannite, percorrendo l’oscura storia delle janare, le streghe di Benevento. Nei suoi territori, sotto un albero di noce nei pressi del fiume Sabato, a partire dal XIII secolo, ogni sabato, nelle notti di plenilunio, le janare celebravano riti in onore del Dio Wotan. Poi arrivarono le persecuzioni… “Unguento, unguento sali a Benevento / vola sull’acqua e sopra lu viento” / Le metamorfosi spente nel fuoco / demoni e streghe distrutti in un rogo / dolci veleni e filtri d’amore / nel primitivo Sannio fede e folklore […]. Ma c’è anche la natura nel testo di Cutillo, la descrizione di quei luoghi attraversati dai Sanniti nel corso dei secoli, strade ripercorse fisicamente dall’artista stesso di recente. E l’“abito sonoro” confezionato dagli OAK, coadiuvati anche dal coro degli alunni della scuola elementare di Faido (Svizzera), è di quelli evocativi e magnetici, dai forti cromatismi folk-rock alla Lingalad, con intrecci strumentali mai invadenti ma piuttosto articolati e ben calibrati. E nel suo utilizzo del flauto Cutillo tradisce tutto il suo amore per i Jethro Tull di Ian Anderson. E con Snegurochka le parole di Jerry Cutillo si rivolgono a Est, verso la Fanciulla di Neve del folklore russo, anche se, in maniera molto sottile viene tracciato un parallelismo tra la ragazza di ghiaccio protagonista della favola russa e il triste fenomeno della prostituzione (dall’intervista rilasciata ad Athos Enrile). Ed è un susseguirsi di interessanti e notevoli suggestioni sonore: sapientemente il quintetto amalgama atmosfere scure, guidate dalle distorsioni di Al Bruno e dall’organo di De Renzi, a momenti cantati malinconici e avvolgenti, con la voce di Cutillo che si muove tra il Camisasca post-“La finestra dentro” e Giuseppe Festa, che poi prendono “quota” poco oltre. E ancora, progressioni ritmiche che lasciano esplodere il flauto di Cutillo e lontani sentori orientalizzanti, sino alle dilatazioni sonore finali, con voce femminile, che ricordano le “estremizzazioni” di Franco Battiato. Molto fresca ed effervescente Holy Bells con i suoi fraseggi “stretti” di chitarra acustica e mandolino (l’intro richiama un po’ “Il banchetto” della PFM) e i soliti riusciti inserti di flauto. E la voce di Cutillo ci guida in un affascinante viaggio nella natura e negli straordinari paesaggi del Galles (ma non solo). Tocca poi a Kepler 452b. Nella prima parte Cutillo è impegnato in una breve nenia ipnotica (Messer William ha gridato nel bosco / e le foglie cantano “Tupala” / Messer William tira pietre nel fuoco / e l’odore dell’incenso si alza… lento), sorretta da morbide chitarre acustiche, fugaci inserti di flauto e “sussurri” ritmici. Poi Ortega prende per mano il brano con la sua 12 corde e lo guida verso una nuova intrigante atmosfera fatta di un’ottima miscela di suggestioni mediterranee, Canterbury sound e sperimentazione. Il titolo del brano è dedicato all’esopianeta che orbita intorno alla stella Kepler 452, scoperto di recente, e che, grazie ad alcune similitudini con il nostro pianeta, è stato anche definito, non proprio correttamente, il “gemello della Terra”. Con Giubileo gli OAK ci mostrano una nuova faccia. L’avvio molto spinto, in cui compare anche il sax (suonato sempre dal solito Cutillo), lascia emergere qualche “sentore” alla Soft Machine. Poi l’Hammond di De Renzi lancia il canto ruvido di Jerry: un primo assaggio “tenebroso”. Ed è un testo inquieto, apocalittico, quasi una sorta di invettiva, quello che accompagna l’intero brano: Santo il nome di eutanasia repellente / Santo il seme di amplessi scorticanti / It’s the suicide of the end… / Quale indulgenza? Giordano Bruno arrostito / Quale spirito? Greedy Imperium Cristianum / Bestie cornute alla fine dei tempi / Resurrezioni di streghe vittime amanti. A seguire largo spazio ad un clima sinistro: dalle ritmiche ai fiati, dall’organo alla chitarra, tutto è ammantato di scuro e gli inserti vocali (gemiti, canti gregoriani, voci cinematografiche e altro ancora) accentuano il tutto, prima di “riemergere” nel finale. E anche la conclusiva My old man esce dal solco tracciato dai primi quattro brani (e dal quinto). È il duetto piano-voce ad impadronirsi della scena iniziale (con “calzanti” inserti di sax e basso degli ospiti David Jackson e Jonathan Noyce), un quadro struggente e soave allo stesso tempo, con Cutillo che, con grande trasporto emotivo, dedica il toccante testo a suo padre. Poi l’atmosfera si fa rarefatta ed eterea: entra in scena Jenny Sorrenti con un’improvvisazione vocale in dialetto napoletano (nata durante un live condiviso) davvero efficace. E i vocalizzi della stessa Sorrenti e il basso pulsante di Noyce conducono il brano alla deflagrazione, che anticipa il quieto finale, in cui il sax “urlato” di Jakcson fa la voce grossa insieme alla ondivaga chitarra di Ruggeri. Un brano che chiude nel modo migliore un album che è una conferma per questa ormai storica realtà.

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INROCK review O.A.K. “Viandanze”

InRock russian magazine - VIANDANZE review

InRock russian magazine – VIANDANZE review

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IL MANIFESTO

(quotidiano) novembre 2002
Il cosmo degli OAK è pervaso di psichedelica, rock progressivo, visioni di folk acido e sofisticate esposizioni pop rock………….La voce, ipnotica e tagliente, domina il magma musicale sempre al limite della ribellione.
(Guido Bellachioma)

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ATROPOS

(rivista art – rock) settembre 1996
En Italia està Jerry Cutillo y sus OAK, mezclando èsas Andersonianas influencias con psicodelia tipica en UK free festival bands. Certamente una simbiosis inesperada y magnifica, que en temas como “Danze parallele” o “Taverna magica” llega a niveles maravillosos………
OAK pueden ser muy pronto una de las bandas punterai en el panorama progresivo mundial, y teniendo en cruenta su increible competencia, èso es decir mucho………
(J.J. Iglesias)

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TOP OF THE ROCK

(rivista rock) dicembre 1999
How comes your deep passion for Jethro Tull ?
Well, I think everybody once in a lifetime, has got the morbid temptation of emulate the one who represent his model of perfection. For me, it was probably a question of coincidences what led me to believe J.Tull or, to be exact I. Anderson, such an extraordinary artist……..
What do you think about the international Rock scene in the new century ?
It’s really tough to be an original rock musician nowadays. It might have been a lot better in the late ‘60’s. It’s sort of looking for gold in the American rivers today; there’s not quite a lot of it left by the old pioneers.
How did you feel playing with Glen Cornick and Clive Bunker ?
Playing with them was interesting and gratifying.
The childish relish of being the uncanny double of Ian Anderson had reached its peak.
It should sound pretentious but I feel like having coped with the challenge….but I moved immediately forward, avoiding to get stuck with it……I remember the words Clive spoke to me, he said: “But do you play only covers or what ?” and I firmly replied: “Oh no,absolutely not”!!!!Well, to the best of my recollection I wrote my first song when I was thirteen and, since then, I’ve never been lost for material. I turned out stuff quite a lot.
(Fritz Skall – intervista a Jerry Cutillo)

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TIME OUT

(rivista rock, jazz, pop) novembre 1999
Jerry Cutillo è un’artista bizzarro e inetichettabile. Dai primi anni ’90 gira il mondo e suona la sua musica. Ha all’attivo diverse pubblicazioni premiate dalla critica e svolge un’intensa attività concertistica……..
(F. Ar.)

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IL GRIDO

( rivista musicale) marzo 2002
…..sfumature di Rock moderno che si intrecciano con suoni psichedelici addolciti dal flauto di Jerry………un CD perfetto che sarà pietra miliare da conservare nel nostro cuore e sarà da affiancare ai CD storici degli anni ’70.
(A.C.)

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ARLEQUINS

(rivista rock progressive) maggio 1995
…..ecco che quindi i due brani iniziali presentano un rock a metà strada tra Ozric Tentacles e Doctor and the Medics, tutto in presenza della bella voce roca ma meodica di Jerry………sonorità cosmico/psichedeliche che abbiamo già trovato all’inizio del CD: un brano simbolo di questa perfettamente riuscita fusione è “Sandali rossi n. 37”. In definitiva, un gruppo che dimostra professionalità ed abilità nelle composizioni e negli arrangiamenti…….
(Alberto Nucci)

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LA REPUBBLICA

( quotidiano) marzo 2002
…..gli OAK, gruppo costruito da Jerry Cutillo, flautista, cantante e chitarrista, autore di importanti sigle TV e protagonista di omaggi alle stelle del progressive rock: in un paio di occasioni ha avuto anche la soddisfazione di riunire alcuni membri originari dei Jethro Tull…….
(Guido Bellachioma)

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SUONI

(rivista musicale) ottobre 1994
……il demo è ugualmente importante perché mette in mostra quello che forse è il miglior gruppo Prog italiano ancora vergine da uscite ufficiali. Pensate ad un incrocio tra Jethro Tull, i primi Pink Floyd, gli Ozric Tentacles ed i Beatles di Abbey Rroad, il tutto molto professionale……….
(A.N.)

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ATROPS

(rivista art – rock) aprile 1995
Què proyectos actuales tienen ocupados a OAK ?
El tema “Sandali rossi n. 37” aparecerà en breve en un CD recopilatorio hecho por G.Bellachioma, al igual que “Taverna magica” lo harà en la recopilaciòn psicodelica Floralia. En septiembre aparecerà questo primer CD…..El grupo està atavesando un buen momento en cuanto a actuaciones.…….
(J.J. Iglesias intervista a Jerry Cutillo)

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RARO

(rivista di collezionismo e cultura musicale) settembre 1998
…..gli OAK, gruppo prog – psichedelico che oltre a proporre brani originali porta usualmente in giro un tributo ai Jethro Tull. Questa volta, però, il tributo è più che giustificato, infatti sul palco salgono Glen Cornick bassista originario dei Tull, Jonsalo Carrera tastierista dei Galadriel, Robert Illes chitarrista inglese, Andrea Ruta session man romano e Jerry Cutillo flautista/ mandolinista/chitarrista/cantante. In date successive si sono aggiunti altri membri dei Tull come Clive Bunker e John Evan………
(G.Bellachioma)

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IL FORO

(chat line) dicembre 2002
……ieri sera al Radio Londra c’erano gli OAK…..poi alla fine del concerto (bellissimo, complimenti !!!!!) si è presentato il batterista di Malmesteen tale John Macaluso. Persona splendida e disponibilissima, ha suonato 2 brani con gli OAK…una cosa che ricorderò molto a lungo………
(Gabriele Pezzuti)

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IL GRIDO

(rivista musicale) maggio 2003
…..echi di new progressive e pennellate di archi classicheggianti avvolgono le liriche che aprono ad incubi benevolenti, contatti extraterrestri e misteri inesplicabili….un lavoro dall’incedere rilassato ma molto intenso e vibrante nei contenuti, nelle domande che sollecita………
(A.C.)

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FLORALIA

(CD compilation) autunno 1996
Tre anni or sono, dalla linfa di una quercia secolare nacque un gruppo di folletti musicanti.
Jerry Cutillo, Mauro Gregari e Iacopo Ruggeri come spiriti liberi cominciarono a vagare per gli spazi astrali cantando le gesta di Operatori Ecologici sospesi nel Cosmo.
Cacciati da un mondo incancrenito suonano sogni di tempi antichi dove satiri satolli e tenebrose silfidi si accoppiano in frenetiche danze all’ombra di boschi sacri, evocando forze silvane con magie arcane……..
(Damien)

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IL TIBURNO

(quotidiano) dicembre 2002
….lo spettacolo offerto dagli OAK è stato senza dubbio suggestivo: oltre ai suoni e ai ritmi travolgenti, un misto tra rock e musica etnica, i componenti della band si sono esibiti con una coreografia originale, in simbiosi perfetta con le sonorità…….
(Lo.Mo.)

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ATROPOS

(rivista art – rock ) ottobre 1997
…..la mezcla de nueva psicodelia con clàsico progresivo italiano es marca registrada de la mente de Jerry. Patentalo, tio !! “Piccolo fiore che cresce nell’oscurità” es, posiblemente, el tema màs elaborado de la cinta y uno de los mejores………..
(J.J. Iglesias)

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TOP DISC

(rivista musicale) aprile 2003
…..the words and music shunned in favour of rough textures and acute psychological disorientation on “Parallel dances”, meanwhile irony shines all way through “Eclipse’s game” and “Wicked tavern”…….brilliant and atmospheric, from mythology to witchcraft…….
(Andrew Hanel)

                                                                                    CURIOSITIES

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In september 1997 Iacopo and Jerry were intent to complete the recording of “Sandali rossi” at Misery fox studio. The song had some intense esoteric lyrics and was rich of thrilling sounds.
After the recording of an evil guitar solo they were listening carefully to the result when, unexpectedly, the earth moved. A strong tremor, they knew later, had happened in the region of Umbria.
Still unaware of the thing happened and about the damage caused by the disaster, they thought it was a sign of approval by natural forces regarding the music !!!!!

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Having won the rock festival in Finale di Reggio emilia, OAK spent the night in a changing room inside a sporting center granted by the organizational staff. The only advice was: Do not bathe in the swimming pool !!!!! Well, the night dragged by quiet and silent but…. after a good, refreshing bath, with our girlfriends…rigorously naked !!!!!!!

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Do you know that, the day after OAK show at Qube in 2003, an ex warrant officer of Carabinieri wrote to Dj Margus denouncing depravity and immorality at the show ? He, worrying about his son’s adulation regarding OAK band, had followed him in secret till the venue remaining upset but, in the end, attracted by the performance of the band.

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Do you know that, at the Tull’s convention in 1997, there were 47 degrees on stage ?
During OAK performance Glen, lost in a cloud of smoke shot by an unwise roadie, called for an help having an asthma attack.

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Tired about the failures made with many previous bands, Jerry Cutillo, on the eve of the first OAK concert, decided to exorcise the event.
He recorded a tape as a prelude to the show. This, in pure gothic style, was rich of spine-tingling sounds, gruesome musical elements and the wicked request of a long lasting artistic life for OAK.
Well….we actually are on the fourteenth year of band’s activity……
THANKS !!!!!!!!

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On the day of the OAK interview with Radio rock’s dj’s, back in ’94, i dusted down an old leather uniform belonging to the Germant’s II° world war army.
The over coat, bought already worn-out in a second-hand market, was lying wrecked in my loft. and, when I put it on, suddenly realized that…….it really stank !!!!!
To get round the bad smell, I sprinkled it with the whole content of a patchuli bottle, and Jumped into the car on the way to the radio.
The interview and the acoustic set went very well but, the dj’s comment probably had been:
Brilliant… but…… how much they stink !!!!